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DA NEODEMOS DUE INTERESSANTI STUDI


Matrimoni? Sentiamo tanto parlare del decremento delle nascite, della instabilità matrimoniale. Ci ragionano su - apparentemente - fior di opinionisti e di semplificatori dell'economia per dirci sempre la stessa cosa: le pensioni sono un costo e basta.

Ecco due studi molto interessanti.

La formazione di una nuova famiglia viene sempre più procrastinata dai laureati e dalle laureate. Stefano Cantalini ci mostra che in Italia questo ritardo si traduce in rinuncia nel lungo periodo solo per le donne laureate: i costi indiretti di matrimonio e nascita di un figlio sulla carriera permangono nel ciclo di vita e impediscono loro di avere le stesse opportunità delle meno istruite di sposarsi e diventare madri.

La formazione di una nuova unione stabile, convivenza o matrimonio, e la nascita del primo figlio sono processi fortemente legati al titolo di studio individuale. .........................

..... Titolo di studio e probabilità di formare una nuova famiglia: una questione di genere? Dopo questo ritardo nella formazione di una nuova famiglia, che è un ritardo generale nella transizione alla vita adulta e dipende dalla lentezza dell’ingresso e della stabilizzazione nel mercato del lavoro, gli uomini laureati “recuperano” i colleghi meno istruiti e nel lungo periodo, a 45-50 anni, la probabilità effettiva di sposarsi non cambia in maniera rilevante a seconda del titolo di studio (tabella 1). Per le donne laureate ciò non accade e a 45 anni la probabilità di aver formato una nuova famiglia rimane inferiore rispetto a quella di chi si è fermato alla licenza media. Le laureate in Italia affrontano dunque alti costi indiretti legati alla formazione della famiglia non solo quando sono giovani. Con il tempo, infatti, tali costi indiretti del matrimonio – e, soprattutto, della gravidanza, data la stretta connessione tra questi due eventi,– non scompaiono, persistendo lungo il corso di vita, e impediscono loro di recuperare il ritardo nei processi di formazione di una famiglia. In altre parole, la formazione di una nuova famiglia è percepita dalle donne istruite come un “ostacolo” alla carriera non solo all’inizio del ciclo di vita, ma anche nel lungo periodo. La persistenza di questa condizione ben oltre l’età giovanile per le laureate, che rende loro difficile sperimentare due eventi comunque diffusi nella società, come il matrimonio e la nascita di un figlio, è una peculiarità del contesto italiano, dove fattori strutturali e culturali (scarsi servizi pubblici per l’infanzia, congedi di maternità non universali, norme sociali che considerano la donna come unica responsabile della famiglia e della cura dei figli) ostacolano la conciliazione tra lavoro e famiglia per le donne.

Dal Giugno 2016 alla fine del 2017 si sono celebrate, in Italia, circa 6000 unioni civili, pari a 2 ogni 100 matrimoni. Marzio Barbagli osserva che queste cifre sono compatibili con quanto avvenuto in altri Paesi Europei e con la relativamente bassa proporzione di adulti che si definiscono “non eterosessuali” – inclusi quindi i bisessuali – che nei paesi occidentali è inferiore al 3%.

La svolta avvenne il 7 giugno 1989, quando il parlamento danese approvò, per la prima volta nel mondo, una legge che riconosceva alle coppie omosessuali il diritto di farsi registrare, acquisendo una parte dei diritti e degli obblighi del matrimonio, e il primo ottobre di quell’anno, nel municipio di Copenaghen, undici coppie gay si valsero di quel diritto. .................

............................... Alcuni giornalisti scrissero che le aspettative erano state in gran parte deluse, perché dopo tante discussioni e tante polemiche ben poche erano state le coppie che avevano chiesto la registrazione. Unioni civili: L’Italia e gli altri paesi Analoghi sentimenti di sorpresa e delusione sono stati espressi, ventotto ani dopo, in Italia, quando furono resi noti i dati delle unioni civili registrate nei primi otto mesi di applicazione della legge n.76 del 20 maggio 2016. Questa settimana, invece, analizzando le statistiche del 2017, fornite dal Ministero dell’Interno, alcuni osservatori hanno rilevato che il loro numero è fortemente aumentato. Ma è davvero così ? In realtà, l’anno scorso, la frequenza delle unioni civili (la percentuale sui matrimoni celebrati nel corso dello stesso periodo) è diminuita, soprattutto nelle regioni centro settentrionali, rispetto al 2016.

E’ un fatto assolutamente normale (un vero e proprio “calo fisiologico”) dovuto alla presenza di un certo numero di coppie in attesa dell’approvazione della legge. Lo ricaviamo dalla storia dei numerosi paesi che hanno preceduto l’Italia in questa strada. L’esempio della Danimarca è stato seguito prima da alcuni paesi nordici (Norvegia, Svezia, Islanda), poi dall’Olanda e il Belgio, infine dalla Francia, il Regno Unito e la Finlandia, che hanno avuto, per un certo periodo di tempo, una legge non troppo diversa da quella approvata dal nostro parlamento nel maggio 2016, prima di introdurre il matrimonio per gli omosessuali. Ebbene, se analizziamo le serie storiche di otto di questi paesi (tab.2), vediamo che la diminuzione del numero di unioni civili dopo il primo anno è avvenuta ovunque. ...........................

.................................... Le delusioni provati da alcuni osservatori in Danimarca, in Italia e in altri paesi europei dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili nasce da aspettative irrealistiche e dalla mancanza di informazioni precise sulle dimensioni della popolazione omosessuale. Le ricerche finora condotte nei paesi occidentali ci dicono che si definiscono non eterosessuali meno del 3% degli adulti . Ma una parte di questi (circa il 40%) si dichiara bisessuale e naturalmente tende a formare un’unione stabile meno di gay e lesbiche. E’ indubbio tuttavia che nel complesso la frequenza delle unioni civili celebrate è stata minore nei paesi nordici che in Francia, in Olanda o nel Regno Unito. E’ interessante comunque notare che, nel secondo anno di applicazione della legge n.76, il nostro paese ha avuto un numero di unioni civili minore solo a quello del Regno Unito.

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