GIULIO SEGRE: l'autore di Don Cirillo e il nipotino

January 26, 2015

Abbiamo avuto il consenso di Giulio Segre a pubblicare il discorso che terrà nella giornata della memoria in quel di Saluzzo. E' grazie a lui che Don Cirillo Perron è entrato nel novero dei Giusti tra le Nazioni. Fu grazie a Don Cirillo che la sua vita sfuggi ai tentacoli dell'idra nazista.

 

Buongiorno, buongiorno a tutti
A tutte le autorità, ai miei cari concittadini, a tutti i ragazzi
Vi voglio salutare, ma prima di tutto ringraziare per la vostra presenza , che sta a significare il ricordo della piu' grande tragedia del secolo scorso e una vicinanza simbolica e affettuosa ai 29 saluzzesi che, insieme ad altri deportati politici di Saluzzo, da questa non hanno fatto ritorno. 
Tutti  avremmo voluto che dopo tutte le tragedie cui abbiamo assistito nell'ultima guerra mondiale  regnassero per sempre convivenza e fratellanza ma purtroppo non e' cosi'.
Abbiamo visto ancora recentemente che un tremendo virus, quello dell'odio, del razzismo ,dell'intolleranza si carica di malvagita' e di crudelta'  e cresce senza limiti di tempi e di luoghi.
Oggi e' il 27 gennaio giorno della memoria per le vittime dell'Olocausto ma credo che tutti i giorni dovremmo pregare per le vittime del terrorismo. Ogni giorno dovrebbe essere un 27 gennaio.

Io sono onorato di portare oggi la mia testimonianza.   Ma non vi parlo come rappresentante della Comunita' Ebraica.
IO sono la Comunita' Ebraica, al cento per cento.  o come si diceva cento anni fa "La pia confraternita dell'universita' e della comunita' israelitica di Saluzzo", sono  il piu' bello e il piu' brutto, il piu' vecchio e il piu' giovane.
Ne sono l'ultimo testimone, e dopo di me si chiudera' un capitolo di storia saluzzese.
In questa sala calera' la polvere, nel cimitero appassiranno le rose.

I miei antenati giunsero a Saluzzo e in Piemonte all'inizio del 500, provenienti dalla Spagna meridionale, dove ebrei cristiani e islamici prima convivevano pacificamente nel Califfato di Granada, ma poi, dopo la scomparsa di questo, erano stati scacciati da Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona.
Vissero a Saluzzo per quattro secoli in perfetta armonia con il resto della cittadinanza e nel 1848 furono liberati dal ghetto. Erano allora circa 240, con un tasso alto di alfabetismo, una scuola d'obbligo e gratuita, aperta anche ai non ebrei, e un fondo di misericordia per le persone bisognose.
Furono insomma una parte importante del tessuto sociale saluzzese e anche un lievito culturale, con medici, insegnanti, professionisti, artigiani.
Tutto duro' fino alle leggi razziali del 1938, anche se in realta' in quel periodo gli ebrei erano gia' diminuiti di numero , per emigrazione verso le grandi citta', matrimoni misti, scarsa prolificita'  e un velo di laicismo che aveva messo un po' nell'angolo l'ortodossia di un tempo.
Le leggi razziali e tutte le loro limitazioni a una vita normale  sorpresero spiacevolmente gli ebrei, e naturalmente anche quelli saluzzesi. Tutti pensavano di essere buoni sudditi del Regno, nessuno aveva mai avuto problemi con la giustizia, mio papa' aveva fatto il militare, mio zio era stato medaglia d'argento al V.M., un nostro antenato aveva combattuto nel 1870 a Porta Pia.
Non piu' diritto alla scuola, all'insegnamento, al commercio, all'impiego statale, non piu'...  non piu'....
Ma perche'? E perche' proprio a noi una cosi' profonda ingiustizia?
Non siamo uguali agli altri?

Sembrano quasi un presagio le parole che Shakespeare nel Mercante di Venezia fa dire all'ebreo Shylock:
" Mi ha maltrattato e deriso un milione di volte, ha goduto per le mie perdite,  deriso i miei guadagni, ha calunniato la
mia gente.
Ha ostacolato i miei affari, allontanato i miei amici, saziato i miei nemici.
E tutto questo perche'? Perche' sono ebreo?
Ma non ha occhi un ebreo? Non ha mani un ebreo? Organi, consistenza, sensi, affetti, passioni? Non mangiamo lo stesso cibo ? Non siamo feriti dalle stesse armi, non siamo affetti dalle stesse malattie, non guariamo con le stesse medicine?
Non soffriamo lo stesso caldo torrido dell'estate e lo stesso freddo gelido dell'inverno?
E se ci pungete noi non sanguiniamo, se ci fate il solletico noi non  ridiamo, e se ci avvelenate noi non moriamo? "

Nel 1943 eravamo ancora 45, e, nei periodici censimenti fatti dalla Questura, io ero il piu' piccolo. Ero schedato come Segre Giulio, bambino, anni 7. Ero il piu' giovane ricercato della provincia.
Con  l'occupazione nazista e con l'Olocausto 29 ebrei saluzzesi furono deportati.
Ad Auschwitz andarono tutti in cielo, e lo dico nel vero senso della parola, andarono in cielo, in cenere, passando per un camino.

Ricordo che, qualche giorno dopo la Liberazione e la fine della guerra, un venerdi sera questa Sinagoga riapri', come una volta, per le preghiere del Sabato.
Alle 18,30, come prima della tragedia, un vecchio signore, che aveva sempre officiato le preghiere e  si era salvato, era gia' qui, in questo posto preciso, ad aspettare i fedeli. Guardava la porta, nella speranza che si aprisse di frequente, e aspettava che la sala si riempisse.
Pochi entrarono e si sedettero su questi banchi: sua moglie, un'anziana signorina pensionata, due fratelli anche loro anziani, mio papa' ed io, e non mi pare di ricordare altri.
Dopo tre quarti d'ora il vecchio ufficiante guardo' ancora una volta la porta, che non si era piu' aperta e disse a bassa voce in piemontese: tutti qui?
Apri' il libro delle preghiere e si mise a piangere.

Sulla nostra fuga fortunata e sulla mia vita da bambino vissuto per un anno e mezzo in clandestinita' e nascosto sotto falso nome  in una casa parrocchiale ho voluto con un piccolo libro lasciare una testimonianza alle mie figlie e ai miei nipoti.
Non ho voluto  ricordare le atrocita' di quel periodo, ma solo, con gli occhi del bambino di allora, la catena di fraternita' che ci aiuto'.
La generosita' di un impiegato dell'anagrafe di Saluzzo che a suo rischio rilascio' a mio papa' documenti falsi
L'umanita' di un ufficiale dei carabinieri che a suo rischio pur riconosciuto in mio papa' un ebreo non lo consegno' alle SS
Il coraggio di un giovane sacerdote valdostano che a suo rischio mi protesse per un anno e mezzo nascosto in chiesa
Ora questo sacerdote Don Cirillo Perron e' stato nominato a Gerusalemme Giusto fra le Nazioni, e fra breve avverra' la cerimonia ufficiale con la consegna di una medaglia ai suoi famigliari.
Ricordare i Giusti non vuole pero' dire che bisogna perdonare i malvagi.
I miei nonni che erano vecchi, ammalati, lui quasi cieco, ricoverati alla casa di riposo Tapparelli, furono denunciati da un delatore, catturati dalle SS, e  caricati su un vagone bestiame con quattro dita di paglia per terra e un secchio d'acqua.
Destinazione Auschwitz, e senza ritorno.


Meditate che questo e' stato.


E chiudo allora proprio con i versi di Primo Levi che dalla deportazione torno', ma non riusci' a sopravvivere ai ricordi che lo perseguitavano. Con parole rabbiose diceva che se c'era stato Auschwitz, in quel momento Dio non c'era.
Un antico versetto dell' "Ecclesiaste" della Bibbia  parlando della morte dice:
"Che la polvere torni alla polvere e l'anima torni a Dio che ce l'ha data." 
Chissa' se ad Auschwitz le anime trovarono Dio.

             Se questo e' un uomo
Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo e' un uomo
Che lavora nel fango
Che non ha piu' pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no
Considerate se questa e' una donna
Senza capelli e senza nome
Senza piu' forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.

Meditate  che questo e' stato.

Vi comando queste parole
Scolpitele nei vostri cuori 
Stando in casa andando per via
Coricandovi alzandovi
Ripetetele ai vostri figli
O vi si sfascia la casa
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

 


Giulio Segre 

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