RICORDIAMOCI DEI TRATTATI DI ROMA

March 23, 2017

 Un piccolo 'memo': Era lunedì 25 marzo 1957 quando i ministri degli esteri di cinque Paesi europei firmarono le carte oggi fondamento dell'Unione. Due trattati: quello costitutivo della Comunità Economica Europea (CEE) e quello della Comunità europea dell'energia atomica (EURATOM). Le campane suonarono a festa. Da una cerimonia solenne a palazzo Senatorio nasceva l'Europa. Nella sala degli Orazi e Curiazi sedettero il ministro degli Esteri Gaetano Martino e il presidente del consiglio Antonio Segni, per l'Italia, insieme ai ministri degli esteri di Germania (rappresentata anche dal cancelliere Konrad Adenauer), Francia, Olanda, Lussemburgo e Belgio, tra questi Paul Henry Spaak, che insieme al federalista Jean Monnet aveva impresso un’accelerazione al processo di integrazione dopo il fallimento della Ced, la Comunità europea di difesa.I TRATTATI DI ROMA - I Trattati di Roma prevedevano, tra l'altro, l'istituzione dell'Assemblea parlamentare europea, composta da 142 deputati nominati dai parlamenti dei sei paesi membri della Comunità“

 

 

"Iniziativa Europea" socializza il testo dell'avv. Mauro Mellini che racchiude quelle critiche positive e sensate che si discostano dal coro degli "anti" troppo spesso senza alcun spessore e senza credibilità.

 

 

 

EUROPA: SOVRANISTI E SOPRANISTI

(E NODI AL PETTINE)

 

         Un’ondata di antieuropeismo d’accatto serpeggia in un po’ tutte le formazioni di una sostanziale “antipolitica” (che non è solo quella Grillina) in Italia ed altrove.

         Che la politica europea, federalista, unionista, trovi resistenze e susciti malumori è, di per sé, del tutto fisiologico.

         A ben vedere ci sarebbe stato da dolersi del fatto che la politica europeista sia stata per lunghi anni accettata passivamente ed acriticamente da tanta parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche, salvo l’ostilità pregiudiziale, finché è durata ed ha avuto un qualche senso, di quanti rifiutavano il carattere difensivo antisovietico che pure ebbe l’Unione.

         Oggi vengono al pettine i nodi di troppi aspetti dell’evoluzione dell’Unione Europea accolta con indifferenza e senza una adeguata riflessione in ordine degli effetti sui nostri interessi nazionali.

         Ma torniamo, per un momento all’antieuropeismo venuto di moda. C’è in esso, più che una visione “campanilistica” dei problemi politico-economici, una totale mancanza di quadratura politica.

         Una questione di enorme rilievo come quella della costituzione di una nuova grande comunità politico-economica, non può essere oggetto di vicende, interessi, culture “alla giornata”. Sentir predicare certi “sovranisti” che l’Europa ci impoverisce farebbe ridere se non fosse motivo di allarme e di grave preoccupazione. Come lo sono, in generale, tutte le baggianate che tendono a divenire dogmi.

         Tale affermazione è assurda e falsa, perché avrebbe senso solo se potesse riferirsi ai settant’anni che oggi compie l’Europa comunque Unita. Un simile giudizio espresso sul breve periodo, sia pure di un paio di decenni, non ha senso. L’Italia ha trovato nell’Unità Europea la fonte e la forza di un progresso economico che, bene o male, l’ha portata tra le prime potenze industriali del mondo, che da secoli non era neppure pensabile. E questo dopo l’Autarchia sciagurata e la guerra disastrosa.

         Il fatto è che di questo prezioso progresso la nostra classe dirigente è stata cattiva custode.

         Il contributo italiano all’indirizzo politico-economico europeo è stato, negli ultimi cruciali anni, del tutto trascurabile e, comunque, inadeguato e miope.

         Le cose sono andate avanti alla meno peggio finché l’incombere della minaccia sovietica ha imposto alla U.E. un ruolo non troppo dissimile da quello della N.A.T.O.

         Ma la dissoluzione dell’U.R.S.S. e del blocco sovietico ha dato luogo ad una trasformazione pressoché totale della struttura e dei compiti dell’Unione. Questa ha reagito in modo elementare e non meditato e l’Italia non ha avuto da dir nulla in proposito, benché ne fosse totalmente stravolto il suo ruolo e le sue condizioni economiche e politiche nel contesto Europa.

         L’unificazione tedesca ha già alterato gli equilibri interni dell’Unione. Ma era inevitabile. Non altrettanto lo era l’espansione frenetica ad EST con l’ingresso di una quantità di Stati destinati a far da clientela alla Germania, sbilanciano l’Unione in una direzione cara alla tradizione dell’imperialismo tedesco e certamente, malgrado le apparenze, tale da far concorrenza al ruolo dell’Italia, così implicitamente declassata.

         E’ poi sopravvenuta l’emergenza dello scontro con l’EST islamico (che diversamente è inutile voler definire).

         Mentre nel contrasto degli anni della guerra fredda con l’U.R.S.S., l’Italia ha potuto stare in seconda linea, fruendo a buon mercato della protezione militare americana e di quella europea, nel nuovo scontro epocale ci troviamo in prima linea, a subire anche e soprattutto il flusso migratorio che accompagna lo scontro e ne è strumento.

         Si grida contro l’Europa. Ma si dovrebbe gridare e non solo gridare contro una classe dirigente italiana che non ha saputo muovere un dito perché l’Europa non si comportasse come si è comportata e si comporta, cioè male, malissimo. La passività del nostro atteggiamento, sia nella questione della creazione dell’euro, con i relativi vincoli, sia in quella della risposta all’ondata migratoria, di fronte alla quale nulla potremo ottenere dall’Europa finché andremo predicando gesuiticamente “il dovere dell’accoglienza”, magnificando una società multietnica prossima ventura, non potrà che darci delusioni e danni gravissimi.

         Di fronte a tutto ciò, l’antieuropeismo alla giornata di chi cerca di farne strumento di demagogia è miserevole e sciagurato.

         Ora hanno inventato una definizione della loro posizione: “sovranisti”. Definizione essa stessa stupida, perché non è questione di “sovranità”. Sto diventando cattivo e un po’ volgare, ma quando sento parlare di “sovranisti” corro subito al cambio di consonante: “sopranisti”. Termine che non è un neologismo, ma che ha invece una lunga storia. Così si chiamavano fino al secolo XIX quei cantanti che sfoderavano meravigliose voci di soprano. Ma erano uomini, o, almeno, quasi. Erano stati castrati da bambini, per essere ceduti a caro prezzo soprattutto ai cori delle Chiese, ma che toccavano i vertici del successo e della notorietà quando giungevano a cantare in teatro. In ruoli femminili.

         Oggi i “sopranisti” esprimono ruvida e fiera virilità.

Se è questo il mondo che cambia…

                                                                                          Mauro Mellini

23.03.2017     

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