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DALLA PARTE DEL FUOCO di PAOLO UNIVERSO

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PAOLO UNIVERSO“Dalla Parte del Fuoco”Marina MorettiCome curatrice mi è d’obbligo qualche parola, sul senso della pubblicazione e dell’opera. Cercheròdi farlo nel modo meno retorico, Paolo odiava la retorica e la ritualità, come lo stereotipo, ilpensiero unico, l’omologazione, in quanto aspetti di una sostanziale ipocrisia. Atteggiamento chegli ha procurato non poche diffidenze e aperte ostilità quando incrociava ambienti di potere. D’altrocanto è un rischio che si corre – quello di scivolare nella retorica- quando si sente l’occasione comeimportante e si prova una buona dose di commozione. E io provo una grande commozione a parlaredi Paolo e non voglio farlo in modo emotivo, chi lo conosceva sa quanto detestasse ilsentimentalismo. E neppure mi attrae l’idea di allestire un’imbalsamazione critica della sua poesia.Mi suonano sempre veementi – sapeva esserlo in modo straordinario veemente quando lo reputavaopportuno- le sue citazioni dell’indignazione di Saba contro i letterati, il suo richiamo alladelicatezza del vivente dentro la poesia, al rischio di uccidere la vita dentro la poesia , per poiamarla deprivata di quella vita. In vero non so come farlo questo discorso. Perché Paolo oltre che uncaro amico, è stato un maestro, ha educato il mio gusto, le mie letture, la mia scrittura come delresto ha fatto con molti a Trieste, rappresentando in modo schivo ma appassionato un costanteriferimento per l’ambiente letterario triestino. Era un editor straordinario, ma anche molto selettivo,in grado di sistemare come nessuno il ritmo zoppicante d’un verso o la fiacchezza d’un termine,d’una frase, d’un brano, non disposto comunque a riscrivere per un altro un testo che ritenesse falsoo vuoto. In tante occasioni ho visto sul tavolo del suo studio vere pile di manoscritti che scrittori inerba e meno li affidavano per un parere e una correzione. Lui si prodigava con molta generosità eobbiettività di critiche e incoraggiamenti, scevra d’ ombra alcuna d’invidia o piaggeria.. Nell’Arenapoetica dei ludi tergestini – dove non si sa mai bene “chi sono i cristiani e chi i leoni e conta ilpollice dritto o il pollice verso della mano che allestisce la scena e dona il sesterzio”, recita un versodi un poeta anonimo - questa era una straordinaria rarità. Un maestro purtroppo tardivo, che hoconosciuto solo verso la fine della sua vita; e mi sono trovata tante volte a pensare quanta maggiorstrada avrei percorso sia nella formazione letteraria che nell’evoluzione della mia scrittura se loavessi conosciuto molti anni prima, nella mia giovinezza.E’ un rimpianto che provano molti giovani e meno giovani amici, e credo soprattutto i suoi giovanidi Radio Fragola e del laboratorio P al Comprensorio di San Giovanni dove si è speso fino a pocopiù di tre anni fa, fino agli ultimi giorni prima dell’ultimo ricovero e della morte. Anni e annid’impegno per allestire occasioni all’espressione e alla creatività di persone svantaggiate rispetto almondo, in senso fisico, psichico e sociale. Un grande volontario diceva Augusto Debernardi,un’importante officina artigiana aggiungo, quella del P,dei testi e delle azioni espressive più vari,dai radiodrammi alla messa in scena di opere teatrali alle interviste immaginarie con autori delpassato, ai pamphlet satirici ma anche slogan di contropubblicità sulle magliette confezionate nellaboratorio stesso. Sempre la sfida anche con i mezzi dell’omologazione capitalistica e consumisticacontro l’omologazione consumistica.Qualcuno importante, nel portare avanti la lezione democratica di Alexis de Tocqueville (che giànella prima metà dell’800 affermava che tutti i popoli moderni tendevano alla democrazia), comeFrançois Tosquelles (grande psichiatra antistituzionale francese, di origini catalane, della guerra diSpagna e maquis) ha detto che ci vogliono dei “recinti” per esercitare la democrazia, recinti del fare,2dove si costruisce la democrazia nella storia di ognuno e non solo accorciando i percorsi conl’esercizio di un potere professionale (come è il caso della psichiatria che interagiscenell’ecosistema).Anche questo mi ha insegnato Paolo Universo. Che bisogna creare recinti di libertà, anche inconflitto con le burocrazie e i poteri.Ma nel recinto bisogna starci e mescolarsi, e lui si mescolava, ci stava ore e ore ogni giorno, agiva,dava in pasto agli allievi i propri testi, lasciava che li divorassero, magari li rigettassero, poi lielaborassero poi li interpretassero, che la sua parola fosse nella loro bocca, sotto la sua direzione,stando sempre nella relazione.Quanti maestri, quanti professori si lasciano ridire dai propri allievi,non dico citare questo è normale. Il recinto del fare apre immediatamente alla nozione del poetico.Poiéin è greco fare. La poesia anche quando sembra solo testimoniare il mondo rifà il mondo! E iveri maestri si mescolano sempre, fuori dal ruolo, smettono i panni paludati, niente accademie, main gioco la fragilità personale, la passione, le aspirazioni, anche le insofferenze, il carattere, senzaschermi, alla pari, con una dose in più di pazienza. Paolo sapeva essere estremamente paziente conpersone sofferenti, che la media della gente avrebbe ritenuto difficili e troppo impegnative.La maieutica è arte della pazienza, arte della lenta emersione, arte della scommessa,dell’investimento sull’altro. L’ho sperimentato su me stessa. Il mio poemetto che lui rividenell’edizione finale lo rileggemmo tante e tante volte e sempre rinnovate mie, sue,correzioni fino ache il verso suonava, l’espressione si compiva.Mi accorgo che dovevo parlare dell’opera e sono finita a parlare di Paolo. Credo sia inevitabilequesto trascorrere in un continuum senza soluzione tra persona e opera, quando si tratta di un poetache sentì la sua esperienza poetica – del fare e leggere poesia - come esperienza totale.Dedicò mesi e anni allo studio d’un autore per carpire il segreto di una vita: l’opera come chiavedello stare nel mondo di qualcuno. Tempi omerici di analisi quando i nomi erano quelli di grandifraintesi, Majakovskij, Celine, l’amato Rimbaud , su cui fece una monumentale ricostruzionebiografica e una reinterpretazione del personaggio e dell’opera a partire dai suoi rapporti conVerlaine. Tempi omerici ha avuto anche la stesura di questo poema, scritto per una sua ampia partenella seconda metà degli anni settanta, quando era più vivo l’impatto dell’esperienza milanese. Vi èun particolare riferimento al decennale del ’68 nel canto centrale di “Macondo”. Non conosciamo ledate precise della composizione, ma è probabile che venne completato nella parte finale “L’isolache non c’è” all’epoca della sua frequentazione dell’ex-manicomio negli anni’80. Quando hoconosciuto Paolo la prima volta ad una cena di Giovanna Gallio, eravamo agli inizi degli anni ’90egli lavorava ancora alla stesura definitiva del testo. E ancora continuò negli anni successivi lalimatura. Non molti anni fa ne fece un piccolo libretto artigianale che dedicò alla moglie.E restò inedito come tutta la sua opera. Un tentativo insistito per una pubblicazione lo fece conMagris verso la fine della vita solo per il saggio su Rimbaud. Dicevo delle date incerte dell’opera,come del resto incerti restano i suoi dati biografici, a parte la data di nascita e di morte(1934-2002),perfino il nome registrato all’anagrafe di Pola dove era nato era un altro quello di Giuseppe. Sulpercorso della sua vita Paolo si mantenne sempre abbastanza evasivo e ambiguo, anche quandosarebbe stato necessario – come per l’ accreditamento presso un ente – definire un curriculum, luicercava di sottrarsi. Per questo nel libro ho evitato la classica nota biografica, e ho cercato che neuscisse un profilo attraverso le testimonianze degli amici. Con molta disponibilità ne hanno scritto:Nicoletta Brunner, Giorgetta Dorfles, Giovanna Gallio, Claudio Grisancich, Edoardo Kanzian,Claudio Martelli, Ugo Pierri, Mary Barbara Tolusso, oltre alla sottoscritta e ad Augusto Debernardi.Ne è uscita un’immagine complessa e un po’ enigmatica come in certi quadri dell’avanguardia in3cui continuamente cambia la prospettiva nella definizione dei singoli tratti fisionomici. Credo chenell’insofferenza di diventare un busto questo accomodamento gli sarebbe stato sopportabile. Lasua insofferenza era per ogni sorta di semplificazione che poi mascherava una violenza,l’appropriazione indebita, la manipolazione dell’identità di qualcuno Anche il suo rifiuto apubblicare più che motivato da ibris, o da incapacità di adattamento alle pratiche correnti dellerelazioni nel mondo letterario, che pure erano una componente del suo carattere, credo vada lettonel senso di un grande timore del fraintendimento. Di questo poema diede letture in pubblico, main cerchie ristrette di amici e sotto la sua diretta sorveglianza. E d’altro canto all’epoca dellacomposizione di molta parte della sua poesia - fine anni settanta, inizi anni ottanta- erano viviconoscenti importanti ed estimatori, come Giuseppe Potiggia, Giovanni Roboni, Vittorio Sereni,che già gli aveva pubblicato delle poesie giovanili su “Almanacco dello Specchio – Mondatori(1971); io credo gli sarebbero stati aperti accessi di qualità per pubblicare. Forse più che di unamancanza di responsabilità verso la propria parola, si trattava di un eccesso di responsabilità. Per luid’altra parte la poesia era un evento così totale dell’espressione umana che si radicava non solo nelcuore e nella mente, ma nella voce, era fondamentalmente orale, il testo un promemoria, integraledel significato non solo il significante sintattico, lessicale, e simbolico, ma anche quello empaticosonoro,il ritmo, il colore dei suoni, gli accenti, le pause, il tono della voce…Questo valeva sempreper i versi, anche quelli degli altri, sempre estenuanti letture, il verso doveva suonare.Per ogni sezione del poema lasciò indicazioni di lettura. Una concezione aedica della poesia, comealle origini, che ben corrisponde al respiro ampio del poema. Per questo credo che egli considerassequesta l’opera del suo compimento poetico. Ma poema moderno, sperimentale, lui scherzando neparlava come della sua Divina Commedia dei tempi moderni. Moderna è la mancanza di metro(niente terzine, niente endecasillabo), addirittura oltre il verso libero, niente versi, in linea con certetendenze sperimentali dei poeti metropolitani di quegli anni di vocazione prosastico-realistica e disperimentalismo visivo ( passi in cui i brani sono di disposti in disegni che ne rinforzano ilsignificato). Una concezione estremamente originale, che si pone fuori dell’ingabbiatura formaledei generi, fino a farne un testo a piena pagina, fortemente ritmato attraverso un sapiente uso dellefigure dei suoni ( allitterazioni, consonanze, assonanze effetti fonosimbolici) di notevoleespressionismo linguistico (soprattutto nelle sezioni centrali dedicate all’immagine della Milanoforziere e cuore oscuro del neocapitalismo italiano, e vibrante fucina del movimento rivoluzionarioantiborghese). Sembra sconfinare ai limiti del romanzo in una sorta di romanzo ritmico e lirico.Formalmente qualcosa a metà tra il poema e il romanzo.Ma che avesse presente Dante e il poema italiano, ce lo fa comprendere oltre all’allusionescherzosa, la questione dei registri, l’ originale contaminazione tra realismo spinto fino ad unespressionismo grottesco e allucinato nella resa degli ambienti, visione tragica d’una epopea disconfitta (personale e collettiva), lirismo intenso nella contemplazione della sofferenza dellecreature.Opera complessa nel suo significato che si lascia leggere su più piani, come accade alle opere divalore. Io ne ho individuati almeno tre: uno letterale-autobiografico, uno simbolico, e unocerimoniale. Storia di un individuo, della sua generazione, di una stagione italiana ( quella deldecennio dalla contestazione al riflusso, dalla fine degli anni’60 a quella degli anni’70) e del suonaufragio ideologico.Naturalmente biografia sublimata su un piano simbolico - esistenziale.Questo poema si può leggereanche come un itinerario sublime di conoscenza: dall’inferno della materia, dei corpi , delle brame ,delle ire - tanto della metropoli dannata consumistica e alienante che della sgangherata e pittorescae altrettanto dannata babele della rivolta utopica - attraverso il purgatorio della delusioneconsapevole e del ritiro dal mondo (V Canto) fino alla rivelazione dell’autenticità dell’umano neldolore d’un rarefatto oltre-mondo manicomiale (VI Canto):4Quanto alla terza possibilità di lettura, c’è sempre nei poeti il bisogno dell’esorcismo della morteassoluta che è la resa dello spirito; anche se è un rito laico e la rivelazione sull’uomo è il dolore.Contemplarla è sostenerla: questo è lo spirito del tragico.Stare comunque costi quel che costi “Dalla parte del fuoco”: dalla parte della vita, perché è“…già qualcosa se,nel convulso marasma del mondo,il poeta trovi ancora il magico impulso pertenere vivo il fuoco della vita”Ben l’ha capito Magris che parla di “Missa Horribilis” nella sua lettera di partecipazione a questoincontro.Non vorrei addentrarmi troppo, una presentazione deve offrire un assaggio del testo nella riflessionee nella lettura per invogliare a leggerlo. Mi fermerei qui pertanto.A chi mi ha detto che quest’opera è fuori epoca, forse troppo chiacchierata e attesa, che dovevaessere pubblicata molti anni fa, vorrei rispondere che la mia unica inquietudine è rispetto all’autore,che probabilmente aveva previsto anche questo. Intendo l’inquietudine di aver forzato un silenzio,grazie all’incoraggiamento di Maria Chiara, a cui Paolo ha lasciato il dono e la responsabilità delsuo archivio letterario. Un silenzio che già altri amici, Giorgetta Dorfles e Franco Jesurum avevanoforzato con la pubblicazione di una stupenda silloge giovanile.Questa pubblicazione , come quella, hanno consentito di alleggerire nel nostro cuore il senso dellaperdita, ma anche di un senso di incompiutezza della vicenda umana di Paolo che pur conclusa nonsi poteva esaurire nell’ovvio della perdita.Marina MorettiTrieste nov. 2005

MADEMOISELLE

Marina Moretti e Elvira Maison Prenz con questo libro hanno saputo percorrere il viaggio di chi, migrante, passa dalle terre bagnate dal mare Adriatico per raggiungere il mar de la Plata in Argentina. Il viaggio della poesia e dei versi dei vari autori scelti per la loro significatività e rappresentatività.

Io è un altro/Yo es otro: Ci siamo incontrati, io e Lucio, ed è nata l’Associazione Iniziativa Europea (INEUROPA) perchévole vamo dare uno stimolo al riconoscimento degli altri, dell’Altro come fondamento della identità. Insomma il nostro stile, quello della Associazione INEUROPA, mette in movimento linee di vita, percorsi di fuga da ambienti di segregazione e di repressione, momenti di incontro e di confronto.Siamo segnati noi stessi dalla migrazione, sia personalmente e sia come abitanti di terre che hannodato molto all’emigrazione e che oggi la incontrano stando quasi fermi. I fenomeni che attirano eche spingono gli uomini e le donne, i loro figlioli a cercare una cittadinanza e poi a costruire unavita, a dialogare, a comprendersi ma anche a difendersi da certe discriminazioni sono sotto gli occhidi tutti. Ma spesso non basta per comprendere perché qualcuno – forse troppi - pensa che il luogo di nascita sia una certificazione di origine controllata e garantita (docg) e dunque per questo deve avere dei privilegi. L’accesso a certi luoghi materiali ed immateriali lo si vorrebbe limitato,escludente, come una forma di cooptazione (familistica) che è tipica degli accessi alle tecnostrutture.Così per non perdere il senso del limite, il senso della critica, il gusto dell’e-s-s-e-r-c-i ci adoperiamo perché l’espressione (che è libertà) superi ogni ostacolo. E l’incontro con chi vive un circuito di movimento, di andata/ritorno, di odissea… diventa una caratteristica di noi stessi. Incontrare la famiglia Prenz è davvero stato un onore. E da lì con l’aiuto e lo stimolo di Marina come non pensare ad un incrocio di poesia fra persone-poetesse-poeti che hanno come riferimento qualche cosa di analogo nei movimenti migratori quale momento più alto di espressione e comprensione delle cose-del-mondo-della-vita che ci toccano sempre? Dal Nord-est dell’Italia alle terre dell’Atlantico dell’emisfero sud: movimento di persone con radici condivise, condivisibili edunite dall’impronta di una poesia di alto significato e grande potenza.Ed ecco questa antologia, che esce con il contributo del Centro Servizi Volontariato della regioneFriuli Venezia Giulia, frutto di un volontariato culturale veramente non profit. Ed è per questo che la diffusione dell’opera segue il canale che per primi abbiamo inaugurato è che del book-crossing.Un io sempre più Altro.

 

IL DESTINO DEL MARE NELLA POETICA DI GIACOMO SCOTTI

E' uscito per i tipi Hammerle Editori nella collana Il Nuovo Timavo il libro di versi "Poesia del mare", 2011.di Marina Moretti

 

Che il mare ti fosse destino l’avevo capito, come lo può capire chi condivide con te questo segno. Mi era chiara la tua anima adriatica, che se ci penso è quella di un mare stretto, che agogna alle sponde, sempre in viaggio con gli occhi e la mente come un’onda buttata dall’una all’altra parte, contro i duri argini di una storia sfortunata, col tarlo della nostalgia di antiche unioni, del sogno di nuove possibili. La tua stessa identità mi pareva liquida sempre mobile, venata di forti rizomi che ti ancoravano come alghe avvolgenti alle terre opposte, irenica; salvava dai nazionalismi assassini. Da lì nasceva il tuo impeto civile, la tua religione dell’uomo, la battaglia per la lingua, per la gente istriana, per gli italiani rimasti sull’altra costa, la fratellanza con le terre tormentate nel cuore nero dei Balcani, l’utopia della koinè transadriatica. Ma la tua poesia del mare, che ci hai affidata come una creatura da mostrare tutta intera, dai frammenti pubblicati a quelli inediti, tutt’intera creata in cinquant’anni di scrittura, è una cosa che avevo solo sfiorato a qualche lettura pubblica nella tua Fiume, dove tante volte ci hai accolti, noi di Iniziativa Europea, negli scambi di un’ idea condivisa di Euroregione.In questi versi nati in riva all’Adriatico è quell’altro mare che parla, il Mediterraneo greco della tua anima greca, che ti consegna al mito, allo stupore delle origini, a dirla questa trepidazione del primo sguardo che incontra le forme del mondo come potenze vive e terribili. Il mito è narrazione preumana, ha parametri divini, incontra gli antichi dei, la natura quand’era sacra, e non una discarica, ha a che fare con la vita universale e immortale. Per arrivare a questo vedere bisogna essere intensi, amare. Le tue poesie , così tante, di tantissimi anni, parlano di un rapporto quotidiano, lunghe contemplazioni, silenzi, appostamenti, turbamenti, uno stare accostato al mare,osservarlo nei suoi infiniti cambiamenti fisici e simbolici,vivere nelle sue metafore, proiettarsi in lui per dare senso grande, potente alla nostra fragilità umana di minima pars. A forza di amare il mare, hai incontrato il dio del mare… “Uomo libero, sempre avrai caro il mare”,comincia così una famosa poesia di Baudelaire. Questa libertà che ha marcato la tua vita di movimento, ricerca, opposizione,è quella che consente anche l’abbandono lirico. E’ forse la genesi della tua metafora del mare. Certe metafore sono voci del profondo, che ci connettono con il mistero nostro e dell’universo.

 

POETE A NORDEST

Recensione di Loretto Rafanelli al libro di poesie "POETE A NORDEST" (prodotto da Assoc. Iniziativa Europea) sul quotidiano LIBERAL, inserto culturale Moby Dick dell'11 giugno 2011.

 

"Nella elegante veste grafica di Ellerani editore, esce il libro Poete a Nordest, antologia che raggruppa sei scrittrici di valore, prevalentemente friulane. Una buona idea questa, perché permette di evidenziare le virtuosità poetiche di scrittrici di una zona d’Italia un po’ ai margini; ma pure di dar conto di una presenza poetica, quella femminile, certamente ricca. Sei poetesse che hanno scritture molto differenziate, e offrono una mappa esauriente della poesia del Nordest. Antonella Bukovaz, ha una versificazione tra il prosastico e l’aforistico, che si esprime con inesauribile labirintica forza; Marina Giovannelli ha una voce delicata ed emozionante, la sua poesia è una interrogazione continua, con una precisa attenzione alle problematiche sociali; Marina Moretti, evidenzia una sicura maturità, espressiva e linguistica, le sue poesie sono attraversate da una grande passione umana e civile, e ci paiono tra le più riuscite del volume; Gabriella Musetti, si pone di fronte al dolore e alle vicende della vita con nitida parola e sincera onesta ricerca; Mary Barbara Tolusso, esprime bene il groviglio della vita, con la sua caoticità e le sue ipocrisie, in un cercarsi e un cercare continui; Claudia Vocina, scrive poesie in sloveno e in italiano, e sono versi dai tratti leggeri come pennellate, frammenti classicheggianti e puliti. Il volume è accompagnato da belle immagini di cinque brave artiste friulane: Battistella, Blarasin, Jandolo, Marchionni, Santoro."

 

Ecco la copertina (cliccare sulla miniatura) del libro al femminile, che giustamente si fa notare: il 24 novembre saremo a Bologna per la giornata della violenza sulle donne a Bologna, e poi l'8 marzo 2012 saremo a Zagabria per presentarlo.