LIMONE RUFFIANO di Nadia Scappini

November 23, 2016

(quando la cucina ridiventa spazio di vita e di amore e si allontana dalle luci della ribalta del set televisivo)

 

E' appena stato pubblicato il nuovo libro di Nadia Scappini LIMONE RUFFIANO (Il Vicolo Editore)

a cui partecipano anche Marina Moretti e Augusto Debernardi dell'Associazione Iniziativa Europea.

 

Dati Editoriali:

LIMONE RUFFIANO di Nadia Scappini
narrazione: Nadia Scappini A cura di: Marisa Zattini Postfazione: Ernesto Ferrero Formato: 17 x 22 cm Anno di pubblicazione: novembre 2016 Editore: Il Vicolo - Divisione Libri (Collana “Le Ricordanze”)

 

Contenuti: “Chi non ha provato una sensazione di benessere assoluto entrando in una casa dove s’espande il profumo di qualcosa che lievita in forno? Un profumo che si fa linguaggio, modo privilegiato di comunicare. Silenzioso ed efficace più di tante parole come tante percezioni elementari ed essenziali a cui non siamo capaci di dare un nome, ma che appartengono alla tessitura nascosta della nostra esperienza. Quante tensioni si sono allentate a tavola, quanti progetti sono maturati sopra una tovaglia allegra, quante disarmonie si sono ricomposte grazie a un buon bicchiere di vino”. (dalle Istruzioni per l’uso di Nadia Scappini)L’autrice Nadia Scappini ci propone un libro conviviale, intessuto di ricordi e di riflessioni sul cibo, e soprattutto di ricordi legati ad esso. L’idea le viene da un simpatico libro di Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio, letto in un paio di pomeriggi all’ombra nel cortile della casa polesana dei nonni paterni. Da qui, l’incoraggiamento e l’energia per imbastire un progetto più volte accantonato: una narrazione che prende vita dal ricordo di due donne, le sue “due mamme”: la madre e la madre di suo marito. La prima affiora nella memoria dell’autrice portando con sé il ritornello sulle «qualità mirabolanti del limone», della scorza sopratutto, che lei definiva «un gran ruffiano»; della seconda recupera un quadernone di ricette dalla seconda metà degli anni trenta del secolo scorso, rigorosamente scritte a mano da lei, italiana di lingua slovena, che abitava in un paesino di confine di nome Ledine (ora Slovenia) e frequentava a Gorizia una scuola di economia domestica. Sono questi i punti di partenza, che si legano alle riflessioni personali dell’autrice sulla natura stessa del cibo. Secondo lei il cibo porta con sé una straordinaria sinestesia: un cibo si guarda, si tocca, si odora, si gusta ma lo si può anche ascoltare. Il cibo nutre l’anima, e con i suoi profumi e i suoi sapori nutre soprattutto i nostri ricordi. “È vero che i buongustai si esaltano di fronte a un piatto tecnicamente perfetto, ma è altrettanto vero che l’emozione arriva solo dai piatti capaci di riportarli indietro nel tempo, di coccolarli restituendo, insieme al sapore, il gusto di un’età”. Con Limone Ruffiano Nadia Scappini ci propone una narrazione su cibo e convivialità come momenti qualificanti del nostro essere nella vita e nella relazione con gli altri. Attraverso riflessioni personali e di importanti scrittori, ricordi, aneddoti e brevi racconti intercalati a ricette e consigli di mamme, nonne, zie, amiche da tutt’Italia si compie un itinerario che diventa una piccola storia italiana del cibo. Le persone (personaggi noti e non) che hanno volentieri partecipato al progetto, lo hanno fatto con una loro testimonianza e spesso con piccoli racconti amarcord di grande valore. Non a caso nell’ultima sezione del libro, dedicata alle merende d’una volta (quasi quaranta le testimonianze/racconto di persone qualunque e di personaggi noti come Susanna Tamaro, Elisabetta Sgarbi, Paolo Ruffilli, Gherardo Colombo, mons. Dario Edoardo Viganò, Alberto Sinigaglia, Gianfranco Lauretano, Massimo Morasso, Marina Moretti, Augusto DeBernardi, Azio Corghi, Pietrangelo Buttafuoco, Paolo Di Stefano, Vera Slepoj), chi scrive carica di suggestioni il proprio ricordo nel tentativo di recuperare, insieme al sapore del cibo, quello di un’età - felice o meno che sia stata - dove il potenziale di vita era ancora intatto e chiedeva solo di essere dipanato.

 

POSTAFAZIONE:

Il magico potere evocativo dei sapori e degli aromi ha trovato la sua icona nella madeleine di Marcel Proust, ma è esperienza comune che nulla ha il potere di annullare le distanze del tempo come l’affiorare di profumi anche lontani. Come resistere agli incantamenti di quel seduttore infallibile che è il limone del titolo di questo libro? Intere stagioni ci vengono restituite nella loro immediatezza, nel loro intatto stupore infantile, quando la scoperta di un gusto diventa scoperta del mondo, e insieme a quella, della continuità famigliare, della lunga catena generazionale di cui siamo gli ultimi anelli. Avvertiamo inconsciamente che il cibo che ci viene offerto fa parte di una storia che diventa anche la nostra, che in quell’offerta si celebra un rito, si stabilisce una comunità.  Vi scopriamo il calore degli affetti, il tepore del nido.

Queste emozioni si rinnovano e creano un propagarsi di onde emotive ogni volta che troviamo in casa un ricettario famigliare. In quei semplici quaderni, nelle loro ordinate grafie, troviamo non tanto e non solo delle istruzioni pratiche, il pur prezioso “come si fa”, ma delle autobiografie indirette, dei veri e propri romanzi di formazione, delle saghe famigliari, delle piccole enciclopedie di quelle che gli storici chiamano “le culture materiali”, così importanti per capire il vero volto delle civiltà. Vi sta concentrata la sapienza di generazioni di donne. Sono dei romanzi d’amore. I gesti con cui si compiono i riti della nutrizione sono quelli di chi si offre agli altri senza nulla chiedere in cambio, gli stessi della madre che porge il seno al figlio neonato. Quella che si celebra in ogni cucina è in primo luogo una comunione di affetti, una condivisione, un patto di tacita alleanza, uno scambio di consegne.

La cucina, arte eminentemente combinatoria, è anch’essa scrittura, e di scrittura si nutre. Alla scrittura e alle religioni ha offerto simboli, allegorie, metafore, immagini. Elementi vitali come il pane e il vino sono centrali nel Cristianesimo e in tante altre culture. Per pensare il divino abbiamo bisogno di ancorarci agli elementi fondativi della vita. La cucina è la pagina scritta in cui convergono la grande Storia collettiva e le piccole storie quotidiane di ognuno, secoli e millenni di esperienze, di pratiche, usi, costumi, sperimentazioni, scoperte, credenze, miti, leggende. Il focolare è il tempio della sapienza popolare, che le generazioni affinano e tramandano: esiste una vicinanza anche verbale tra sapori e saperi. È memoria codificata, produzione collettiva, come i grandi poemi epici dell’antichità, cui ogni cantastorie aggiungeva nuovi episodi, o abbelliva quelli già noti..

Ritrovo questo senso della continuità e della coralità, dell’onda lunga delle memorie collettive, della cura di cui le donne di casa sono maestre, nel libro con cui Nadia Scappini ci consegna  amorevolmente un pezzo della sua storia famigliare, in cui possiamo ritrovare la nostra. A saperle leggere, le ricette dicono tante cose. Qualcosa che va direttamente al cuore e che innesca riflessioni e pensieri, sollecita i ricordi, si trasforma in una filosofia di vita semplice e profonda, quella stessa che ci indicano il cardinal Martini o Enzo Bianchi. Ritroviamo qualcosa dei nostri incanti infantili nei ricordi delle merende di Susanna Tamaro e di Elisabetta Sgarbi, di Gherardo Colombo e di Alberto Sinigaglia, nei sapori semplici del pane, del burro e dello zucchero in cui era possibile trovare il senso di un’armonia del tutto di cui anche noi facevamo parte. Oggi la cucina è diventata spettacolo televisivo, moda, esibizionismo, ricerca di effetti speciali, ostentazione, manierismo, sofisticazione: qualcosa che si sta avvicinando alla pornografia.  La difesa dell’umano passa anche per quei teneri, preziosi mattoncini carichi di memorie e di sapienza che sono i ricettari famigliari.

 

Ernesto Ferrero

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